Studenti PreOCCUPATI

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Dopo l’occupazione da parte degli studenti del Dipartimento di Fisica dell’Università di Trieste, le proteste contro i tagli a scuola, ricerca e cultura continuano negli istituti superiori.

Esprimiamo il nostro appoggio alle proteste degli studenti attraverso le parole di Paolo Rumiz:

NELL’ITALIA CIALTRONA DELLE VELINE CI SONO RAGAZZI CHE DISCUTONO DI ANNIBALE E METODI DIDATTICI

Ero curioso di vedere che faccia avessero i ”sovversivi” che occupano il liceo Petrarca contro i tagli della riforma Gelmini, l’ennesima che smantella la scuola pubblica italiana. Così, l’altro pomeriggio, al volo, ho accettato di tenere una lezione nella sede presidiata. Non era solo una vaga solidarietà per chi spera ancora che le cose cambino nella terra del Bunga Bunga. Era soprattutto curiosità generazionale. Volevo conoscerli, leggerli negli occhi.
Così mi sono inventato una lezione su Annibale, il mio eroe, ho messo nello zaino un po’ di Polibio e Tito Livio, un volumazzo di Arnold Toynbee e persino un libro sugli esperimenti di Archimede (morto nell’assedio di Siracusa, schieratasi con i cartaginesi) e mi sono presentato ai cancelli della scuola per essere ammesso alla palestra, lo spazio deputato delle assemblee e degli incontri. L’invito era nato così velocemente che non c’era stato il tempo per un annuncio o un semplice passa-parola. Arrivavo quasi di sorpresa.
Nonostante questo s’è raccolta all’istante una platea di un centinaio di ragazzi che si sono ordinatamente seduti per terra ad ascoltare. Intorno c’era pulizia, solo qualche segno di bivacco. Insomma, tutto in ordine. Ho spiegato chi ero, poi mi sono arrampicato sulle Alpi assieme agli elefanti del condottiero africano che seminò il terrore a Roma. E qui, posso dirvelo, è stato magnifico. Loro si sono stretti attorno come in un cenacolo greco e man mano che la storia si articolava vedevo accendersi un’attenzione che mai avrei sperato di incontrare.
Da vecchio pessimista e brontolone, ero venuto senza fiducia. E invece ora guardavo i loro occhi attenti, talvolta commossi, e mi sorprendevo a pensare: ma come fanno a essere così belli nonostante noi, nonostante una classe politica che dà loro l’unica libertà di un infinito consumo e di un interminabile happy hour? Come facevano a essere così vivi nonostante la nostra televisione e i modelli che essa propone, l’Italia cialtrona delle veline? Ci pensavo così forte che a volte il pensiero interferiva col racconto annibalico e mi imponeva una piccola sosta per raccogliere nuovamente le idee.
Che fanno gli altri vecchi brontoloni come me? Non amo la parola ”intellettuali”, ma non so come definire altrimenti le persone che vorrei si togliessero i panni curiali per tenere una lezione ai ragazzi della protesta, una lezione seria su un grande tema della nostra storia e cultura. Glielo dobbiamo. L’altra sera raccontavo lo schieramento delle legioni alla battaglia di Canne, evocavo il senso anche olfattivo di un campo di morte con settantamila cadaveri, ma pensavo anche all’abbandono in cui la mia generazione lascia i giovani da un ventennio.
Parlavo della marcia pazzesca del console Nerone che in pochi giorni portò le sue legioni dalla Puglia alle Marche per affrontare Asdrubale sul Metauro, e intanto rammentavo che, alla loro età, i miei coetanei – me compreso – in caso di occupazione sarebbero stati meno governabili, magari capaci di trasformare i loro licei in un’orgia di vaniloquio e talvolta in un porcaio. Dicevo del veleno preso da Annibale alla fine della sua vita e nel frattempo pensavo che quei ragazzi erano meglio di come vengono dipinti sui nostri giornali.
Ecco. Non vorrei restare il solo ad aver fatto lezione. Chiedo che altri si presentino ai cancelli di questi ragazzi. Sarebbe un segno di civiltà aiutarli e ascoltarli. Farli sentire meno soli. Prenderli sul serio. Uscire dalla logica poliziesca del muro-contro-muro. Specie in una città dove la cultura è scesa a livelli mai visti, una città nella quale persino la musica libera viene criminalizzata, dove la politica che conta è capace di disertare un concerto di Muti ma non di impedire il barbaro ”bum bum” di notte fonda che tanto piace agli esimi amministratori.
A fine storia mi sono fermato a parlare con loro. «Dica che non siamo fannulloni» mi hanno chiesto. «Scriva che lavoriamo, che organizziamo corsi di teatro, dica che domani iniziamo a discutere punto per punto la riforma Gelmini». Un’altra voce: «I genitori ci dicono che l’occupazione non serve a niente, e non nego che abbiano ragione. Ma dopo due anni di presa in giro, due anni senza ascolto, che altra arma ci rimane per far sentire la nostra contrarietà a questi tagli?». E ancora: «Loro si preoccupano del costo della scuola, noi ci preoccupiamo del costo dell’ignoranza». Frasi come rasoiate.
Una giovane bruna dallo sguardo calmo ricordava che un anno fa era stata presentata in consiglio regionale una legge fatta dagli studenti, ma tutto è finito nelle paludi dell’oblio. «Ci dicono che non sappiamo di cosa stiamo parlando, invece lo sappiamo benissimo», spiegava una compagna; «Domani iniziamo a discutere sui metodi didattici adottati all’estero e sul rapporto tra la riforma italiana e le direttive europee». Imparavo da loro, non credevo alle mie orecchie. Poveri ragazzi, truffati, come noi tutti, dopo anni di tasse pagate inutilmente.
Che futuro avranno questi giovani in un paese che taglia le spese su tutto, blocca le supplenze e le gite scolastiche, non ha soldi nemmeno per le fotocopie e la carta igienica, e mette la scuola nella condizione di dover pitoccare contributi obbligatori alle famiglie? Che ripresa economica può esserci senza investimento sulla scuola, la cultura e la ricerca? Cosa resterà della ”Res publica” quando sarà venduto anche l’ultimo soprammobile? Nelle tasche di chi sono finiti i soldi destinati ai nostri figli e nipoti? Ma soprattutto: dov’è finita la nostra capacità di indignarci?

Paolo Rumiz

2 Commenti

  1. Fiducia nei giovani. La testimonianza dell’amico Dario GASPARO, biologo, dopo quella di Paolo Rumiz.

    Leggevo ieri l’articolo di Paolo Rumiz che riportava la sua esperienza di una lezione di storia su Annibale presso il Liceo Petrarca occupato. Mi aveva colpito, del suo racconto, la serietà con la quale questi ragazzi avevano affrontato la giornata e mi era rimasto impresso il suo appello “Non vorrei restare il solo ad aver fatto lezione: chiedo che altri si presentino ai cancelli di questi ragazzi. Sarebbe un segno di civiltà aiutarli e ascoltarli”.

    Non ho lasciato cadere nel vuoto l’invito ed ho proposto una conferenza su un tema che abbraccia la biologia, la storia, l’economia, la vita sociale della nostra specie: l’impronta ecologica e l’impatto dell’uomo sulla natura.

    La risposta che ho avuto dai ragazzi, anzi, uomini e donne che avevo di fronte, è stata così gratificante e coinvolgente che alla fine, assaporato l’applauso, ho voluto io ringraziare e complimentarmi con loro, convenendo con la sorpresa di Rumiz che si era chiesto: “ma come fanno a essere così belli nonostante noi?”

    Quando mi sono presentato alle 16 ho trovato due giovani biologhe che stavano presentando la vita universitaria ad una trentina di liceali e relazionavano sugli aspetti della biologia marina e cellulare che avevano da poco affrontato con la tesi di laurea. Prima del passaggio di consegne ho osservato quel che fanno gli studenti durante l’occupazione: un gruppetto che legge il giornale, 4 che discutono fra loro, delle ragazze attorno ad un PC. Ho chiesto di poter fotografare un gruppo di ragazze che si davano da fare passando da un’aula all’altra pulendo con tanto di secchio e strofinaccio il pavimento; altre che raccoglievano i rifiuti in due grossi sacchi neri. Insomma, altro che fannulloni, disinteressati, menefreghisti: gli studenti mi stavano mostrando la parte migliore di una piccola società laboriosa, curiosa, interessata, coinvolta e partecipe. Possibile?

    Quando mi hanno lasciato entrare ed ho offerto il documento di riconoscimento, con un sorriso mi hanno anticipato che probabilmente sarebbero stati in pochi a causa della stanchezza… “e poi è sabato!”. Invece il passaparola ha fatto sì che in poco tempo una settantina di studenti prendessero posto in palestra per assistere alla presentazione dei problemi che affliggono il nostro pianeta e la nostra città e delle possibili soluzioni.

    Ho voluto rischiare mettendo a dura prova il sonno accumulato: ho proposto ai convenuti di seguire le immagini e i filmati distesi sui materassoni ginnici, perché solo il bianco e distante soffitto poteva fungere da schermo sufficientemente grande per tutti i presenti. Non avevo mai tenuto una lezione da sdraiato, né loro ne avevano seguite in posizione supina, eppure la loro attenzione e gli interventi sono stati per me una gratificante conferma di aver colpito nel segno. Il riciclaggio, il problema della pesca, i cambiamenti climatici, l’acqua minerale in bottiglia, il consumismo, lo sfruttamento delle risorse e del terzo mondo hanno suscitato palpabile interesse. Gli occhi aperti e attenti, pur nella penombra e nella posizione conciliante un meritato riposo, sono sfociati poi in richieste specifiche, condivisione di esperienze e addirittura richieste di reiterazione della lezione-incontro in qualche classe.

    Alla fine, com’è successo a Rumiz, me ne sono andato rinfrancato. Io che da un certo tempo vado suggerendo ai miei studenti universitari – vigliaccamente – di cambiare paese finché in tempo, per avere maggiori prospettive e considerazione, mi sono vergognato del mio pessimismo ed ora sono qui, davanti al monitor, ancora sorridente e felice, nel mondo dei bunga bunga e dei grandi fratelli, a pensare che ci sono giovani, e tanti, che credono nel loro futuro e vogliono fare qualcosa per costruirne uno migliore.

    Li ho lasciati mentre stabilivano i turni di sorveglianza, preoccupati più di garantire il rispetto delle apparecchiature e della struttura scolastica che di una “incursione” della Digos, data ormai per scontata. Ho pensato che probabilmente è giusto che i docenti, i genitori, i professori stiano un po’ dall’altra parte: non possiamo togliere ai giovani anche il diritto di ribellarsi e rivendicare una loro diversità assecondando e sostenendo appieno le loro proteste. Ma credo che a questi ragazzi si debba enorme rispetto, perché stanno dimostrando una maturità ed una serietà che in molti invocano in quegli adulti perbene che pure ci governano

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