Eleonora Frattolin: “La riforma degli Enti Locali sembra solo una pista di atterraggio per mini Province”

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La recente trasformazione delle province in organi elettivi di secondo grado in attesa della riforma costituzionale che, sull’onda della spinta popolare scaturita a seguito dell’improponibile e ingiustificato levitare dei costi della politica in questi ultimi anni rende necessario oggi ridisegnare i contenitori politici che stanno a mezza via tra il livello amministrativo regionale e quello comunale.

Premettiamo subito che non intendiamo affermare che nulla debba esistere tra i due livelli regionale e comunale. Ogni forma di aggregazione, fusione o interconnessione capace di determinare sinergie, razionalizzazioni, efficientamenti o risparmi, purché nella salvaguardia dell’ottimale servizio fornito ai Cittadini, è per noi la benvenuta.

Siamo quindi favorevoli alla massimizzazione della coesione del sistema Regione-Autonomie locali come correttamente prefigurato nelle intenzioni dell’Assessore Panontin e della giunta. Ma quale coesione ci può essere tra due enti amministrativi dove chi esiste in ragione degli altri impone diktat o punta spade di Damocle alla testa? Ci siamo resi pienamente conto che la Regione non esisterebbe senza i comuni che la costituiscono e che comunque, prima del 1963, nemmeno la secolare esistenza dei comuni determinava l’esistenza del Friuli e della Venezia Giulia uniti come ente amministrativo?
Ebbene, come se nulla fosse, oggi si vuol pianificare e riordinare il territorio disciplinando le forme associative e i volumi delle stesse quando basterebbe incrociare una bella X sull’ente provincia, trattenersi le funzioni regionali secondo il dettato statutario e costituzionale, trasferendo tutto il resto ai comuni e demandando al loro buon senso e alla loro capacità di autodeterminarsi ogni successiva forma di aggregazione.
Non è importante quanti abitanti abbia un’Unione: tutti sappiamo che se andiamo da Udine a Trieste in 4 possiamo dividere le spese dell’auto creando un risparmio, ma tutti 4 dobbiamo essere d’accordo sui tempi e sulle modalità di rientro, altrimenti, la volta dopo, ognuno se ne andrà per conto suo. E poi, perché le Unioni? Forse perché sono già previste o perché davvero sono ritenute la panacea di tutti i mali?
Ebbene, il M5S è dell’opinione che se un’Unione è una scusa per non arrivare a una fusione, essa rappresenta un danno più che un ausilio all’armonico sviluppo delle territorio e della coesione sociale.
E un danno sul danno è il Piano di riordino che si vorrebbe attuare, poiché le Unioni territoriali vanno considerate come strumento a disposizione dei Comuni che intendano associarsi nell’esercizio di alcune funzioni e non come strumento discriminatorio a disposizione della Regione per imporsi con la scusa del poco tempo a disposizione.

In termini di trasferimenti di risorse, quindi, la Regione deve predisporre dei parametri centrati non solo sul costo, ma anche sulla qualità del servizio al cittadino. Parlare perciò di fasce più o meno utili al conseguimento dei trasferimenti ci pare quantomeno ambiguo. In fin dei conti, cosa dovrebbe fare una regione se non individuare i criteri per stabilire l’omogeneità di servizi e i loro livelli essenziali?
Non ci pare, inoltre, così difficile individuare dei parametri efficienti: un cittadino del FVG ha diritto a una serie di servizi che non sono poi così dissimile da un cittadino carinziano, catalano, provenzale o sloveno. La buona pratica amministrativa dovrà pur esistere da qualche parte; e se esiste avrà pure dei connotati ben precisi che si possano parametrare con la nostra realtà in modo tale da stabilire dei punti cardine al di sotto dei quali nessun comune dovrebbe impantanarsi.
In conseguenza di obiettivi così inequivocabili, di carattere più morale che economico, ogni singolo comune deve sentire la necessita di individuare, attingendo nel profondo della sua autodeterminazione, ogni risorsa organizzativa tale da preservare un livello minimo di assistenza ai suoi concittadini, fino a determinarsi spontaneamente in fusioni o Unioni di comuni che consentano il raggiungimento di tutti gli obiettivi. Ad essi, ai comuni, la Regione si rivolga penalizzando o premiando i singoli municipi scelti dalla gente e dalla storia, e non indirizzi (o sottragga) risorse verso enti intermedi che devono essere funzionali solo e unicamente ai comuni, pena la loro trasformazioni in nuovi ricettacoli di potere e condizionamento politico nel giro di meno di un lustro.
Abbiamo inoltre molte perplessità riguardo ai tempi dettati dalla giunta: non perché non ravvisiamo l’urgenza di razionalizzare la spesa pubblica e implementare i servizi al cittadino, ma perché vogliamo dati certi e inequivocabili su cosa si intenda per raggiungimento degli obiettivi. Il vero grande servizio che una riforma può fornire al cittadino è proprio questo: conoscere con esattezza quali siano i suoi diritti e sapere in ogni momento se vengono rispettati o meno dalla sua amministrazione locale. Solo questo determina consapevolezza civica e sociale e favorisce quella partecipazione e quel ricambio della politica che tutti dovrebbero auspicare.

Appare evidente il rischio di una corsa alla patrimonializzazione immobiliare delle Unioni, che ci sembra quantomeno pericolosa.
Non capiamo quale patrimonio immobiliare debba possedere l’Unione che non sia già disponibile in almeno uno dei comuni aderenti. Nel caso più disperato se per esercitare le sue funzioni, l’Unione ritenesse necessario dotarsi di un immobile non già disponibile, lo acquisterà attribuendone la proprietà pro quota ai vari comuni a seconda del numero di residenti. Ma la questione ci pare così ovvia che non andrebbe nemmeno posta. Il punto vero è che l’Unione non deve patrimonializzarsi in alcun modo, ma solo gestire funzioni e strumenti.
Per quanto riguarda le funzioni regionali da attribuire ai comuni pensiamo che una funzione deve essere trattenuta o ceduta dalla Regione ai comuni senza porre come condizione che questi la esercitino in forma più o meno associata. Sembrerebbe quasi che la Regione debba andare necessariamente a rimpolpare un ente intermedio tra ambito regionale e ambito comunale, come se questo non fosse espressione dei comuni, cioè della politica che viene dal basso.
Tutto possiamo sopportare, ma non che la Regione esca da quello che per noi è il suo principale seminato, cioè il ruolo di indirizzo e di controllo.

Inoltre, non deve trovare il DDL pretesto alcuno nella futura abolizione delle province poiché, come precisa l’incipit del DDL stesso, ci dovranno essere solo due livelli, consapevoli dell’inutilità di un ente intermedio che, in una regione di poco più di un milione di abitanti, non ha alcun senso se non quello di aggiungere politica alla politica. Aggregazioni e fusioni sì, quindi, ma non perché le province vengono eliminate, quanto perché i singoli comuni, forti di una ritrovata consapevolezza che la regione ha l’obbligo di assecondare, lo decidono. L’ordinamento delle forme associative, quindi, non dev’essere null’altro che questo.

Un’Unione può avere una governance agile finché si vuole, ma se va contro la precisa volontà della popolazione di eliminare l’ente intermedio tra comune e regione è comunque un pateracchio che invalida ogni modello elettivo e/o rappresentativo proposto, anche il meno disdicevole. Quanto alle funzioni da destinare a questi contenitori in embrione, la regione pensi a gestire le sue e lasci (trasferendo le funzioni ai Comuni e non direttamente alle Unioni) che il territorio individui le proprie e ponga i propri quesiti a seconda della governance che deciderà di darsi.
In definitiva, il DDL Panontin ha tutta l’aria di essere una pista di atterraggio allestita in favore dell’insediamento delle nuove miniprovince le quali, inizialmente, avranno amministratori a titolo gratuito, ma (magari tra qualche anno e con nuovi indirizzi politici) temiamo possano tornare ad essere stipendifici da modulare a seconda delle necessità. Se la semplificazione istituzionale appare del tutto perseguibile attraverso un’aggregazione di servizi, la valorizzazione dell’autonomia locale non risiede unicamente su indicatori di carattere economico, né spetta alla regione il compito di “valorizzare” autonomie le quali, per loro stessa definizione, costituiscono un valore di per sé e necessitano, semmai, solo di maggior sostegno e tutela.

Eleonora Frattolin

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