Presentazione della petizione popolare per la modifica dello statuto del Comune di Trieste a sostegno dell’acqua pubblica

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(Intervento di Paolo Menis chiamato a presentare la petizione popolare alla riunione della prima commisisone  del Comune di Trieste).

Negli ultimi anni e in particolare negli ultimi mesi, attorno all’acqua si è sviluppato un dibattito
internazionale che anche nel nostro paese sta producendo azioni e legislazione.
Noi viviamo l’acqua come una presenza scontata in tutte le attività della vita quotidiana (alimentari,
igieniche, produttive, ricreative). Purtroppo non possiamo dire che sia altrettanto, non solo nei paesi
del sud del mondo, ma anche in alcune regioni del sud Italia.
Attorno all’acqua si muovono e si intrecciano interessi. Interessi che cresceranno sempre più al
crescere della crisi idrica. Per l’acqua si provocano e si provocheranno guerre e guerriglie.
L’acqua è diventato uno dei beni della terra che possono produrre profitti, ricchezze e quindi
disuguaglianze e ingiustizie.
L’acqua è considerato da taluni soggetti economici, le multinazionali in primis, come una
merce preziosa, al pari del petrolio o dei diamanti.
Questo processo di mercificazione, sta cambiando la definizione di acqua da bene pubblico a
proprietà privata, una merce che si può estrarre e commerciare liberamente. Un processo pericoloso,
che deve trovare un processo di segno opposto, che punti a mantenere inalterata la natura
dell’acqua e a riaffermare il diritto all’acqua come un diritto naturale, che vada oltre il
riconoscimento del legislatore, in quanto legato alla natura stessa dell’uomo.
L’acqua è vita. E’ un bene essenziale ed insostituibile per la vita di ogni essere vivente. Ed è diritto
inviolabile dell’uomo l’accesso all’acqua potabile e a quella necessaria per il soddisfacimento dei
bisogni collettivi. L’acqua è un diritto universale, inalienabile ed indivisibile, che può essere
annoverato fra quelli cui fa riferimento l’art. 2 della Costituzione della Repubblica Italiana (La
Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle
formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili
di solidarietà politica, economica e sociale).
Questa concezione dell’acqua come “bene comune” per eccellenza si è affermata negli ultimi 40
anni a livello mondiale.
A partire dalla promulgazione della Carta Europea dell’Acqua (Strasburgo, maggio 1968) fino ad
arrivare al pronunciamento dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti
Umani (settembre 2007): Il diritto all’acqua risulta un’estensione del diritto alla vita affermato
dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Esso riflette l’imprescindibilità di questa
risorsa relativamente alla vita umana.
L’acqua e la sua scarsità, dovuta anche ai mutamenti climatici che interessano il pianeta, pone tutti
noi, cittadini e governanti, di fronte a grandi responsabilità.
Pur essendo rinnovabile, il “bene acqua”, per effetto dell’azione dell’uomo, può ridursi o addirittura
esaurirsi. E’ quindi responsabilità sia individuale che collettiva prendersi cura di tale bene,
utilizzandolo con saggezza, preservandolo, affinché esso sia accessibile e disponibile a tutti, nel
presente come per le future generazioni.
La risoluzione del Parlamento europeo del 15 marzo 2006 ha dichiarato “l’acqua come un bene
comune dell’umanità” e chiede che siano esplicati tutti gli sforzi necessari a garantire l’accesso
all’acqua alle popolazioni più povere entro il 2015 ed insiste affinché “la gestione delle risorse
idriche si basi su un’impostazione partecipativa e integrata che coinvolga gli utenti ed i responsabili
decisionali nella definizione delle politiche in materia di acqua a livello locale e in modo
democratico”.
Inoltre, la risoluzione del Parlamento europeo dell’11 marzo 2004 sulla strategia per il mercato
interno – priorità 2003-2006 – affermava, al paragrafo 5, “essendo l’acqua un bene comune
dell’umanità, la gestione delle risorse idriche non deve essere assoggettata alle norme del
mercato interno”.
Gli stessi organi della UE hanno più volte sottolineato che alcune categorie di servizi non sono
sottoposte al principio comunitario della concorrenza; si veda ad esempio la Comunicazione della
Commissione al Parlamento Europeo COM (2004) 374: “…le autorità pubbliche competenti
(Stato, Regioni, Comuni) sono libere di decidere se fornire in prima persona un servizio di
interesse generale o se affidare tale compito a un altro ente (pubblico o privato)”; è peraltro
noto che non esiste alcuna norma europea che sancisce l’obbligo per le imprese pubbliche di
trasformarsi in società private (come ribadito da: Corte di giustizia CE, 2005; Commissione CE
2003 e 2006; Parlamento CE, 2006).
Ciononostante, in Italia, si sta procedendo a tappe forzate verso l’assoggettamento dell’acqua alle
regole del mercato, facendo rientrare il servizio idrico nel novero dei servizi pubblici locali per i
quali si debba procedere alla liberalizzazione/privatizzazione.
A fronte della politica mondiale mirante alla privatizzazione dell’Acqua, anche in Italia è sorto un
movimento di contrasto a questa politica, il Forum dei Movimenti per l’acqua: una rete associativa
cui aderiscono organizzazioni nazionali e comitati territoriali, accomunati dalla consapevolezza
dell’importanza dell’acqua come bene comune e diritto umano universale, dalla necessità di una sua
salvaguardia per l’ambiente e per le future generazioni, dalla determinazione per una gestione
pubblica e partecipativa dei servizi idrici.
Un movimento che ha depositato nel luglio 2007, una legge d’iniziativa popolare per la
ripubblicizzazione dell’acqua supportata da 400mila firme di cittadini.

In totale assenza di un doveroso dibattito politico e pubblico, e mistificando la realtà, spacciando la
decisione come imposta dall’Europa, il 9 settembre 2009, il Consiglio dei Ministri ha approvato un
decreto legge (decreto Ronchi) che modificando l’articolo 23 bis della Legge 133/2008, non solo
apre la strada alla privatizzazione dell’acqua (di fatto già realizzata con pessimi risultati in molte
parti d’Italia) ma la rende obbligatoria.
(Vedi in allegato l’articolo 23 bis della Legge 133/2008)
Il comune di Trieste e quello di Padova, attuali maggiori azionisti, dovranno ridurre la loro
partecipazione in AcegasAps al 40% entro il 30 giugno 2013 e al 30% entro la fine del 2015 . In
caso contrario l’ex municipalizzata perderà la gestione di quei servizi pubblici locali che saranno
considerati “di rilevanza economica”.

Un decreto palesemente incostituzionale, perché getta le basi per la mercificazione (e quindi la
possibile/probabile violazione) di un diritto individuale irrinunciabile. Di fatto, gli Enti Locali
vengono espulsi per legge, non solo dalla gestione del servizio idrico, bensì di tutti i servizi pubblici
locali, tra cui il trattamento dei rifiuti e il trasporto pubblico locale.
Decreto che il prossimo anno quasi certamente sarà oggetto di referendum, essendo state depositate
ben un milione e 400 mila firme per l’abrogazione l’art. 23 bis.
A prescindere dall’eventuale e sperata abrogazione per via referendaria, è un decreto che lascia uno
spiraglio per salvarci dalla privatizzazione dell’acqua (ed eventualmente anche dalla privatizzazione
degli altri servizi pubblici locali). Una via che lo stesso art. 23 bis sembra tracciare, in quanto
sembra normare non tutti i servizi pubblici locali ma solamente quelli a rilevanza economica. Noi
sosteniamo infatti che l’attribuzione della non rilevanza economica di un servizio pubblico locale
debba spettare al Comune e che per quanto riguarda l’acqua essa tale attribuzione debba essere
inserita come norma nello statuto del Comune di Trieste.

Una interpretazione fatta recentemente propria anche dal Consiglio di Stato. La sezione V, con la
Sentenza 6529 del 10 settembre 2010, ha stabilito che la qualificazione di un servizio pubblico
locale secondo il parametro della rilevanza economica o meno non dipende dalla sola capacità di
produrre utili del modulo gestionale, ma dai vari elementi di sviluppo nel contesto. E che spetta
quindi in ultima battuta all’ente locale.
Per questo motivo abbiamo promosso questa petizione popolare. Per non farci strappare l’acqua
dalle nostre mani la battaglia va condotta chiedendo agli enti locali che si riapproprino della podestà
sulla gestione dell’acqua tramite il riconoscimento dell’acqua come bene comune e il servizio
idrico integrato come servizio pubblico locale privo di rilevanza economica: solo in questo
modo la gestione dell’acqua potrà essere sottratta alle disposizioni dell’art. 23bis e rimanere
pubblica!

Seguendo questa linea interpretativa l’ente locale, per la gestione dei servizi pubblici privi di
rilevanza economica, potrà usare gli strumenti giuridici messi a disposizione dal decreto legislativo
267/2000, ovvero il consorzio o l’azienda speciale.

Paolo Menis

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