La guerra in Siria e l’interventismo della politica italiana

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Il 29 agosto del 2013, quasi 5 anni fa, il M5S alla Camera chiedeva l’immediata convocazione d’urgenza delle Camere sulla crisi siriana. “Non si usi” dicevano i membri della Commissione Esteri del M5S “il Consiglio di Sicurezza dell’ONU come ente certificatore che appone il bollino per nuove avventure guerresche: noi respingiamo qualsiasi impiego militare italiano, sia di uomini che di mezzi che di basi logistiche”.

E non si trattava allora, come non si tratta oggi, di discutere l’appartenenza o meno alla NATO, anche se una parte degli attivisti lo vorrebbe invece fare, si tratta piuttosto di ribadire un principio sacrosanto, quello costituzionale, quello che prevede di ripudiare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

L’Italia ospita 6 basi americane sul suo territorio, più della Corea del Sud, ed ha sempre fatto la sua parte nei conflitti che hanno coinvolto i suoi alleati atlantici, in questi giorni il Pd, la Bonino e anche Berlusconi, hanno dichiarato di essere favorevoli all’intervento italiano in Siria.

Oggi come 5 anni fa noi vogliamo che l’Europa non resti silente, che trovi una, mai del tutto espressa, unità d’intenti nel chiedere con forza una soluzione negoziale, che appoggi ispezioni da parte delle Nazioni Unite sul terreno siriano al fine di accertare le responsabilità effettive.

Certo fa discutere e riflettere che il bombardamento statunitense nella notte fra il 13 e il 14 aprile 2018 in Siria, con il quale Trump si è vantato di aver distrutto almeno una parte dell’arsenale chimico di Assad, sia stato lanciato proprio poco prima che le Nazioni Unite e altre istituzioni incaricate allo scopo avviassero un controllo effettivo sul territorio alla ricerca di questo tipo di armamenti: il controllo sarebbe dovuto iniziare il 15 aprile, due giorni dopo l’attacco.

Sta di fatto che gridare alla fake news, come ha fatto Salvini, riguardo al presunto bombardamento chimico su Douma senza poter esibire prove è un gioco pericoloso, per noi si tratta purtroppo di un’ennesima strumentalizzazione politica in chiave locale di una tragedia tremenda che ha ridotto in macerie un’intera nazione.

Parlare della lunga crisi siriana è complesso al punto che la rivista Limes non parla più di guerra nei suoi approfondimenti, ma di “guerre” perché gli interessi e i conflitti che si intersecano sono tanti e coinvolgono una miriade di attori, in primis Russia e Stati Uniti su fronti contrapposti.

Una delle conseguenze più evidenti, come del resto ovunque nei recenti conflitti mediorientali, è la radicalizzazione islamica, particolarmente impressionante per un paese dove la convivenza fra diverse confessioni era esemplare, ma si fanno sempre più marcate anche le divisioni tra zone rivali, controllate da signori della guerra formalmente nemici ma capaci di realizzare tra loro lucrosi affari da una trincea all’altra. Come lucrosi affari fanno tutti coloro che stanno armando le opposte fazioni per piangere poi pubblicamente ed ipocritamente le vittime.

Sono ormai sette anni di sanguinoso conflitto, impossibile avere un bilancio preciso sulle vittime, ma le stime dell’Onu e delle ong oscillano tra i 350mila e il mezzo milione di morti, cui si aggiungono oltre un milione di feriti (fonte Handicap International ong francese 2017).

La Siria contava circa 23 milioni di abitanti prima del conflitto, ad oggi i rifugiati fuori dai suoi confini sono 5,4 milioni, di cui oltre 3,3 milioni in Turchia, quasi un milione in Libano, in Giordania 657 mila registrati dall’Unhcr, ma 1,3 milioni secondo le autorità, seguono l’Iraq (oltre 246 mila) e l’Egitto (126 mila siriani). Centinaia di migliaia di siriani si sono poi riversati in Europa, inclusa l’Italia. A questi si devono aggiungere gli sfollati interni, che pare ammontino insieme agli espatriati, a circa la metà della popolazione,

Di fronte ad una tragedia simile, come di fronte a qualsiasi conflitto, siamo convinti che la risposta armata sia proprio l’ultima delle soluzioni auspicabili, e continuiamo ad opporci ad un intervento dell’Italia nel conflitto, che si tratti di puro appoggio logistico o di invio di uomini sotto qualsiasi bandiera.