Fiducia nei giovani. La testimonianza di Dario Gasparo, biologo, dopo quella di Paolo Rumiz.

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Leggevo ieri l’articolo di Paolo Rumiz che riportava la sua esperienza di una lezione di storia su Annibale presso il Liceo Petrarca occupato. Mi aveva colpito, del suo racconto, la serietà con la quale questi ragazzi avevano affrontato la giornata e mi era rimasto impresso il suo appello “Non vorrei restare il solo ad aver fatto lezione: chiedo che altri si presentino ai cancelli di questi ragazzi. Sarebbe un segno di civiltà aiutarli e ascoltarli”.

Non ho lasciato cadere nel vuoto l’invito ed ho proposto una conferenza su un tema che abbraccia la biologia, la storia, l’economia, la vita sociale della nostra specie: l’impronta ecologica e l’impatto dell’uomo sulla natura.

La risposta che ho avuto dai ragazzi, anzi, uomini e donne che avevo di fronte, è stata così gratificante e coinvolgente che alla fine, assaporato l’applauso, ho voluto io ringraziare e complimentarmi con loro, convenendo con la sorpresa di Rumiz che si era chiesto: “ma come fanno a essere così belli nonostante noi?”

Quando mi sono presentato alle 16 ho trovato due giovani biologhe che stavano presentando la vita universitaria ad una trentina di liceali e relazionavano sugli aspetti della biologia marina e cellulare che avevano da poco affrontato con la tesi di laurea. Prima del passaggio di consegne ho osservato quel che fanno gli studenti durante l’occupazione: un gruppetto che legge il giornale, 4 che discutono fra loro, delle ragazze attorno ad un PC. Ho chiesto di poter fotografare un gruppo di ragazze che si davano da fare passando da un’aula all’altra pulendo con tanto di secchio e strofinaccio il pavimento; altre che raccoglievano i rifiuti in due grossi sacchi neri. Insomma, altro che fannulloni, disinteressati, menefreghisti: gli studenti mi stavano mostrando la parte migliore di una piccola società laboriosa, curiosa, interessata, coinvolta e partecipe. Possibile?

Quando mi hanno lasciato entrare ed ho offerto il documento di riconoscimento, con un sorriso mi hanno anticipato che probabilmente sarebbero stati in pochi a causa della stanchezza… “e poi è sabato!”. Invece il passaparola ha fatto sì che in poco tempo una settantina di studenti prendessero posto in palestra per assistere alla presentazione dei problemi che affliggono il nostro pianeta e la nostra città e delle possibili soluzioni.

Ho voluto rischiare mettendo a dura prova il sonno accumulato: ho proposto ai convenuti di seguire le immagini e i filmati distesi sui materassoni ginnici, perché solo il bianco e distante soffitto poteva fungere da schermo sufficientemente grande per tutti i presenti. Non avevo mai tenuto una lezione da sdraiato, né loro ne avevano seguite in posizione supina, eppure la loro attenzione e gli interventi sono stati per me una gratificante conferma di aver colpito nel segno. Il riciclaggio, il problema della pesca, i cambiamenti climatici, l’acqua minerale in bottiglia, il consumismo, lo sfruttamento delle risorse e del terzo mondo hanno suscitato palpabile interesse. Gli occhi aperti e attenti, pur nella penombra e nella posizione conciliante un meritato riposo, sono sfociati poi in richieste specifiche, condivisione di esperienze e addirittura richieste di reiterazione della lezione-incontro in qualche classe.

Alla fine, com’è successo a Rumiz, me ne sono andato rinfrancato. Io che da un certo tempo vado suggerendo ai miei studenti universitari – vigliaccamente – di cambiare paese finché in tempo, per avere maggiori prospettive e considerazione, mi sono vergognato del mio pessimismo ed ora sono qui, davanti al monitor, ancora sorridente e felice, nel mondo dei bunga bunga e dei grandi fratelli, a pensare che ci sono giovani, e tanti, che credono nel loro futuro e vogliono fare qualcosa per costruirne uno migliore.

Li ho lasciati mentre stabilivano i turni di sorveglianza, preoccupati più di garantire il rispetto delle apparecchiature e della struttura scolastica che di una “incursione” della Digos, data ormai per scontata. Ho pensato che probabilmente è giusto che i docenti, i genitori, i professori stiano un po’ dall’altra parte: non possiamo togliere ai giovani anche il diritto di ribellarsi e rivendicare una loro diversità assecondando e sostenendo appieno le loro proteste. Ma credo che a questi ragazzi si debba enorme rispetto, perché stanno dimostrando una maturità ed una serietà che in molti invocano in quegli adulti perbene che pure ci governano. 

Dario Gasparo

4 Commenti

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