Eleonora Frattolin (M5S): “La finanziaria regionale ancora una volta trascura l’istruzione”

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Come già anticipato dalla mia collega Bianchi nella sua relazione, questa manovra finanziaria risulta poco coraggiosa ed incisiva, e gli aspetti da rilevare non sono molti.

Io intendo puntare l’attenzione su quelli che sono oggettivamente i settori più penalizzati da questa finanziaria: istruzione e formazione.

Considerando che l’Italia si piazza ai primi posti in Europa per tasso di analfabetismo di ritorno, per percentuale di neet e per mancanza di alte qualificazioni professionali, riteniamo che la direzione da prendere sia decisamente un’altra.

Mi rendo conto che parlare del perché occorra investire di più e meglio sull’istruzione e sulla formazione sia come parlare del perché si debba mantenere la destra o del perché non si debba passare col rosso. Ma le affermazioni sulla convenienza dell’investimento in formazione e la sua funzione strategica sono ripetute e condivise dalla quasi totalità degli schieramenti politici e dall’opinione pubblica con una veemenza inversamente proporzionale alla sostanza dei comportamenti concreti.

La scuola italiana è in crisi, e non lo scopriamo certo oggi. Per la quasi totalità dei ragazzi andare a scuola è sempre più considerato un obbligo, una rottura di scatole, e sempre meno un’opportunità che la società offre loro per emanciparsi come individui e come cittadini. Sul versante insegnanti, non voglio cadere nel luogo comune di dire che, per la gran parte di loro, l’insegnamento è considerato un ripiego, un porto statale sicuro dove appoggiare in modo indolore il loro bagaglio culturale, come quando si chiude un libro e lo si ripone nello scaffale contenti di averlo finito più che di averlo capito, perché ciò vale solo per un’esigua minoranza, come in ogni professione. Gli uni e gli altri non fanno sistema scolastico, non si integrano a vicenda, non interagiscono, e se lo fanno è solo perché, da una parte e dall’altra, isolate individualità decidono di intrecciarsi e generare confronto, ma non perché un meccanismo didattico preciso ne favorisca l’incontro.

I tempi bui che stiamo attraversando dal punto di vista economico non aiutano certo a migliorare la situazione: ormai vediamo sempre più spesso ragazzi abbandonare la scuola a 15-16 anni, come normalmente accadeva negli anni ’60, per andare a cercarsi un lavoro che sanno già di non trovare, andando così ad alimentare una corsa alla manovalanza che non può essere la risposta ai bisogni generali del Paese. Passa sempre più spesso l’idea che la cultura non paga e che la si debba evitare come la peste per il semplice fatto che un pittore edile o un carpentiere guadagnano più di un laureato in giurisprudenza. Come può tutto questo giovare al sistema Paese? Come possiamo pretendere di sostenere ricerca e innovazione se accettiamo l’idea che la scuola vada avanti per conto suo senza un’adeguata legislazione che la protegga e la sorregga?

E’ pur vero che anche il vostro premier sembra aver intenzione di metterci mano in maniera decisa con l’ennesima riforma: la Buona Scuola in effetti parla di istruzione… si … DISTRUZIONE della scuola pubblica italiana direi. E di questo dobbiamo assolutamente tenere conto.

Come dobbiamo tenere conto del fatto che le varie ricerche riportano tutte il buon livello della nostra istruzione primaria, nella comparazione internazionale. Mentre presentano vere e proprie situazioni deteriorate nella secondaria, sia nella media che, ancora di più, nella superiore, anche negli indirizzi umanistici che si vorrebbe fossero i fiori all’occhiello della cultura nazionale. Analizziamo qualche dato. Nei 40 paesi maggiormente industrializzati, l’Italia è solo al 24° posto nelle performance didattica del sistema universitario e delle scuole media secondaria, lontanissima dalla solita Finlandia. E’ pur vero che i dati relativi al nordest sono molto più confortanti, ma non per questo possiamo permetterci di non considerare il contesto generale nel quale la nostra regione si colloca. In Italia, meno del 9% della spesa pubblica è destinato all’istruzione (in FVG %; contro il 13% della Finlandia). La spesa pubblica per studente di scuola superiore è pari al 26% del PIL pro capite in Finlandia raggiunge il 36%), mentre la spesa per studente universitario è pari al 25% (contro il 39% finlandese).

In un paese dove per decenni i modelli sociali più influenti hanno convinto molti giovani che studiare fosse fondamentalmente una perdita di tempo, non e un caso se la quota dei giovani tra i 25 e i 34 anni che possiedono una laurea è del 21%, contro una media OSCE del 38%.

Altro dato da rilevare per quanto riguarda la nostra regione, sempre correlato alla formazione, è l’indice di innovatività del capitale umano che ci vede a livello internazionale al 244 posto e tra le regioni italiane solo undicesimi.

Da questi dati appare chiaro che, come pubblici amministratori, dobbiamo invertire la tendenza che fa della scuola uno dei principali serbatoi dai quali attingere per coprire buchi di spesa pubblica creati da altre parti, sia per disgrazia nostra (sprechi nell’amministrazione pubblica) sia per disgrazia ricevuta (parametri europei che ci obbligano a mungere in assenza di mammelle).

Non è questa la sede per entrare in tale argomento ma l’obbligo di rientrare in parametri assurdi, escogitati semplicisticamente per riallineare economie profondamente diverse da asservire a un’unica moneta, non può che determinare una stupidità di fondo, che se ne infischia del prezzo sociale posto a carico del sistema socio-economico degli strati più deboli della popolazione.

Fare vera politica è tutt’altra cosa. Non vogliamo di certo essere noi inesperti consiglieri del Movimento 5 Stelle ad insegnare qualcosa a chi vanta decenni di esperienza amministrativa alle spalle, tuttavia fare vera politica dovrebbe essere mettere in campo tutte le risorse non solo economiche, ma anche di semplice autodeterminazione regionale, atte a rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono alla storica laboriosità e all’ingegno del nostro territorio di diventare ciò che potrebbe essere con estrema facilità. Ad esempio dando spazi di maggiore flessibilità e risorse alla progettazione formativa da parte delle istituzioni scolastiche, valorizzandone l’autonomia di progettazione (il POF).

Fare vera politica dovrebbe essere battersi per acquistare competenze fondamentali per il territorio come quelle sull’istruzione, piuttosto che rinunciarvi a fronte di sconti finanziari di non evidente e chiaro impatto sui cittadini, utili magari a finanziare qualche nuova inutile grande opera. Ma evidentemente noi 5 Stelle abbiamo un’idea utopistica di politica, scevra dalle logiche di partito e tesa unicamente alla ricerca della valorizzazione e dello sviluppo prima di tutto sociale di un territorio.

Rimane il fatto che al momento nessun legislatore nazionale o europeo ci ha ancora tolto la possibilità, come amministrazione regionale, di incidere sostanzialmente sull’autonomia scolastica, tramite appositi stanziamenti, sul piano dell’offerta formativa, sui progetti speciali, sul diritto allo studio e sul sostegno scolastico agli alunni disabili.

Non possiamo limitarci a mantenere gli investimenti degli anni passati (quando va bene) giustificandoli con la grave situazione finanziaria, ma, come qualsiasi padre che ha a cuore il futuro dei suoi figli, è proprio in periodi di scarse risorse che queste vanno indirizzate soprattutto per garantire il diritto all’istruzione, unico investimento moralmente accettabile in carenza di risorse, al pari della sopravvivenza e delle cure sanitarie.

Alla luce di tutto ciò, e in previsione della scure dell’UE che presto cadrà sul nostro Paese e che costringerà i nostri fantasiosi amministratori ad attingere risorse sempre dalle solite tasche (casa, scuola, sanità), non possiamo che invitare il Consiglio regionale a fare una profonda riflessione sulle priorità di investimento che vogliamo sostenere per il futuro della nostra regione.

Si tratta sempre e solo di una questione di priorità.

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