Cooperative operaie, la risposta ad Augusto Seghene – Paolo Menis

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Ho letto l’intervista ad Augusto Seghene, a firma di Piero Rauber e pubblicata sabato 25 ottobre su Il Piccolo di Trieste.

Mi permetto di fare alcune osservazioni.

1. Ha ragione Seghene quando, replicando alla constatazione di non aver incarichi nella società capogruppo, dice “Mica si può fare tutto”. Forse avrebbe dovuto farlo capire anche a Livio Marchetti (“è mio amico da trent’anni”) che, oltre ad essere stato fino a pochi giorni fa presidente delle Cooperative operaie, è anche presente in quattro consigli di amministrazione delle società partecipate (Reparto7, Folium, Cotif immobiliare, Consorzio cooperativo regionale); e a Pierpaolo Della Valle che ha ricoperto il ruolo di direttore generale e fa parte di cinque cda di società del gruppo (San Dorligo Carni, Reparto7, Folium, Remedium, Le Torri d’Europa).

2. La “crisi di carattere generale”, come dichiarato da Seghene, non c’entra nulla con i risultati economici di Coop operaie che dal 2004 al 2013 hanno sempre registrato un risultato della gestione caratteristica (ovvero il commercio di prodotti alimentari e non) negativo, per un totale di 61 milioni in 10 anni. Era ed è evidente che il business principale dell’azienda è stato gestito nel modo sbagliato.

3. Sono uno di quelli che dal 2012 avrebbe “scredidato le Coop”. Ho cercato di sollevare il problema mettendo in guardia la città sulla grave situazione patrimoniale e finanziaria della cooperativa. Ho chiesto di avere il Marchetti in consiglio comunale per confrontarsi su questi temi.
Lo rifarei, perché credo sia compito della politica occuparsi di aziende private quando sono in crisi e quando sono di mezzo 600 lavoratori. E ancor di più quando la stessa azienda svolge una funzione di raccolta del risparmio di 17.000 soci.

4. Il prestito sociale è stato messo in discussione non da chi ha denunciato la gestione inappropriata delle Cooperative operaie ma da coloro che hanno amministrato l’azienda. Il patrimonio netto consolidato è passato dai 41 milioni del 2005 ai 6,5 milioni del 2013. Ma ancora più eloquente è il dato relativo ai titoli (esclusa la famosa  fideuiussione) nei quali era stata investita la liquidità della cooperativa; titoli (probabilmente obbligazioni e titoli di Stato) che scendono inesorabilmente dai 58 milioni del 2010, ai 34 del 2011, ai 20 del 2012 e per finire con soli 4 milioni nel 2013. Come si pensava, con questa cifra a fine 2013, di far fronte ad ordinarie richieste di rimborso prestiti che all’epoca ammontavano a 122 milioni?

5. Aver impiegato il 60% del prestito sociale in immobili e in investimenti dal lungo ritorno economico è stata una scelta azzardata, un po’ come giocare alla roulette. E non è un caso se, come afferma lo stesso Seghene, l’associazione cooperative consumatori ha suggerito di “definire un nuovo rapporto del prestito sociale: 80% facilmente liquidabile e 20% in immobili”. Non ci voleva un genio della ragioneria per consigliare una composizione meno rischiosa degli impieghi, tenendo presente che, in teoria, tutto il prestito sociale dovrebbe esser sempre liquidabile.

6. Infine, l’aspetto più importante. I prestatori sociali non aspettino due mesi, come suggerisce Seghene. Si rivolgano ad un avvocato e, anche in forma associata, valutino la possibilità di intentare un’azione di responsabilità nei confronti degli amministratori e dei sindaci della cooperativa, e nei confronti della Regione Friuli Venezia Giulia per mancata vigilanza.

Paolo Menis

1 commento

  1. sono socio da 30 anni, ma per mia fortuna all’infuori dell’iscrizione mai ho aperto un libretto deposito. Qualche anno fa conoscendo parecchi dei attori del cda mi ero fatto alcune domande su come venivano gestite le elezioni. Ero anche preoccupato se a fronte di un fallimento, come iscritto, avessi subito dei danni.Le ultime elezioni sempre a lista unica predefinita come si usa in questo paese che si definisce democratico,mi avevano molto turbato, anche perchè da una analisi approfondita tutti i partecipanti al listone in qualche modo rientravano nella sfera politica rappresentando incredibilmente tutti i partiti più importanti. Una vera spartizione del potere. Quindi la politica che doveva controllare una istituzione dal valore sociale, che non avrebbe dovuto fare profitti ma convertirli nel benessere dei cittadini soci, ha fallito nel suo compito, anzi con la sua negligenza ha prodotto un disastro che potrebbe ripercuotersi a macchia d’olio in altre realtà cooperative italiane. La regioneFVG con Bolzonello si dichiara estranea ai fatti è complice per sua disattenzione e negligenza a un crak che da tempo si sapeva essere in atto.
    Non solo, ma l’acquisizione a Duino del Bar Bianco con la costruzione di un mega centro vendite, visitato da qualche tedesco estivo in cerca di una bottiglia di vino e da pochi fantasmi locali, con l’assunzione di personale qualificato plurilingue è stata l’idea trionfante del rilancio nel vuoto.
    Peccato che cent’anni di buona gestione sia andata gettata al vento, certo quando le Coop Triestine, quella di S. Giacomo nasceva erano altri tempi, quello di quel tempo era un Paese ordinato.

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